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Feste e Tradizioni

Eventi di particolare richiamo nella provincia di Olbia-Tempio sono sicuramente il carnevale Tempiese a Tempio Pausania e la festa di S.Simplicio ad Olbia.
Il Carrasciali Timpiesu é il carnevale con sfilata di carri allegorici più famoso della Sardegna, che attira una presenza media giornaliera di circa 40.000 visitatori.
La festa mascherata di canti e balli in costumi stravaganti si svolge lungo le vie del centro storico della città ed ha un tradizione plurisecolare che ha sempre coivolto tutta la popolazione di ogni ceto e (viene citata nel 1700 dal sacerdote Pietro Molinas che scrive in gallurese Suzzedi a lu carrasciali, una caresima pronta, undi si paca e si sconta, l'alligria generali, e l'omu chi godi abali, dumani è in calamitai) ma è dal 1960 che ha inizio la consuetudine della sfilata dei carri di cartapesta (sul modello del carnevale di Viareggio).
Chiude la sfilata la maschera di re Giorgio (Ghjolghju Puntogliu), che rappresente il potere seduto sul trono, circondato e adulato per sei giorni dalla sua corte e dagli ambasciatori e di cui si celebrano le nozze con la formosa popolana Mannena. Tra le antiche figure tradizionali in maschera si cita lu Traicogghju, spirito che si trascina pelli di bue o di cavallo, catene e paioli, arcaica sintesi tra figura animalesca e maschera demoniaca (come il Mamuthone e altre maschere sarde), la Réula, schiera dei morti, e lu Linzolu Cupaltatu, figura femminile avvolta in un lenzuolo e per questo irriconoscibile e disinibita (sotto le cui spoglie può però anche rivelarsi un uomo...). Tra le figure estemporanee si cita il personaggio di 'Sgiubbì'.
A margine della sfilata, cui partecipano anche sbandieratori e majorettes vengono distribuiti le frittelle (li frisgioli longhi) possibilmente fritte nell'olio di lentischio (òciu listincu) e il moscato di Tempio.
I festeggiamenti del carnevale, durante il quale si svolge anche un Palio di abilità a cavallo (lu palu di la frisgiola, di antica origine, nel quale i cavalieri devono afferrare al galoppo una frittella posta a notevole altezza), si concludono la sera di martedì grasso con il processo di sua maestà re Giorgio per tutte le colpe e i problemi di Tempio e della Gallura e la sua condanna al rogo sulla pubblica piazza mentre i giullari gridano Ghjogliu meu! Ghjogliu meu!, lu mé fiddòlu bonu ch'eri tu! ohi! ohi! Moltu é carrasciali! Carrasciali é moltu! in una festa ironica e irriverente. La notte nei locali della città si susseguono maratone di ballo e veglioni mascherati. La macchina organizzativa del carnevale e della sfilata coinvolge diverse migliaia di persone.
San Simplicio è il Santo patrono della città di Olbia (nonché simbolicamente di tutta la Gallura), qui egli è molto amato e il suo culto particolarmente venerato. Proprio in questa zona il futuro Santo iniziò la sua predicazione tra il 200 e il 304, anno in cui fu proclamato martire sotto la dominazione di Diocleziano. Fu un sacerdote e un grande diffusore della dottrina cattolica, la leggenda dice che fu anche il primo vescovo gallurese, ma questa notizia appare priva di fondamento.
I festeggiamenti in onore di San Simplicio iniziano qualche giorno prima del 15 maggio e i riti religiosi si celebrano nell’omonima chiesa, situata nel cuore della vecchia Olbia. Qui vi è una bellissima statua di legno che rappresenta il Santo. Per l’organizzazione della festa vi è un comitato, che negli anni trenta propose la realizzazione di un’altra statua, per salvaguardare quella originale. Solo qualche anno fa ne è stata realizzata una in gesso, mentre quella di legno è stata posta in una bacheca di cristallo per essere preservata dai segni del tempo.
La festa in onore di San Simplicio, detta anche festa di metà maggio, è la più importante della città e ha inizio, generalmente l’11 maggio, con una processione dove i maggiori rappresentanti del comitato organizzatore sventolano le bandiere per tutta la città. Per 4 o 5 giorni (a volte anche di più) si susseguono spettacoli folcloristici, concerti, gare poetiche e balli.


LE FESTE

  • Aglientu - 25 Gennaio - Festa di San Paolo di Lu Laldu.
  • Budoni - Ultima domenica di Agosto - Festa di San Giovanni Battista.
  • Olbia - 23 24 Giugno - Festa della Madonna del Mare e di San Giovanni Battista.
  • Oschiri - 13 19 Aprile - Festa di Nostra Signora di Castro.
  • Padru - Seconda Domenica di Giugno - Festa di Sant'Antonio da Padova.


LE SAGRE

  • Olbia - 15 Maggio - La Sagra di S.Simplicio.
  • Monti - Domenica prima di Ferragosto - Sagra del Vermentino.
  • Olbia - Maggio - Sagra delle Cozze.
  • S.Teresa di Gallura - Estate - Sagra del Pesce.


EVENTI

  • San Teodoro - Rassegna enogastronomica Gallurese Aglióla .
  • Tempio Pausania - Giovedì grasso Domenica e Martedì grasso - Carrasciali Timpiesu.
  • Olbia - Festival del Cinema.
  • Berchidda - dal 10 al 15 Agosto - Cookin' Jazz.


I COSTUMI TRADIZIONALI

In pochi altri luoghi il Costume tradizionale esprime il carattere dell'uomo e della sua terra come in Sardegna.
Ancora oggi è possibile ammirare un gran numero di persone che quotidianamente indossano i tradizionali costumi per le vie di vari centri dell'isola, come Desulo, Busachi, e tanti altri della Barbagia (in Provincia di Nuoro), dell'Oristanese e del Sassarese; gli altri possono essere ancora ammirati nelle principali feste e sagre, soprattutto nelle processioni di Sant’Efisio a Cagliari (a maggio), del Redentore a Nuoro (ad agosto) e nella Cavalcata di Sassari (maggio).
Questi rappresentano i principali appuntamenti in cui il costume sardo assume il ruolo di protagonista, con i suoi colori, la bellezza delle donne e la fierezza degli uomini che lo indossano, e l'ammirazione che suscita allorché, al suono delle fisarmoniche, degli organetti e delle chitarre, gli abili ballerini muovono i difficili passi dei tradizionali balli dei vari paesi.



Caratteristiche generali del costume femminile:

Non è possibile tracciare un quadro storico completo del costume femminile poiché troppe sono le influenze che esso ha subìto.
Si può solo azzardare l'ipotesi che, nelle linee generali, i costumi femminili sardi giunti sino a noi derivino da abiti medioevali (vedi l'uso della benda, ancora vivo in molti paesi dell'entroterra, cioè quelli che senz'altro hanno subìto minori influenze esterne), mentre è sicuramente prevalente l'influenza spagnola per i costumi dei paesi costieri e di pianura (esclusi Carloforte e La Maddalena).
“...Voi vedrete che nelle donne sarde signoreggia il vestimento, ch'io appello largamente fenicio, pelasgico, ed ellenico, tolte alcune guise particolari, che s'attengono forse ai primissimi abitatori dell'isola, e che ci paiono tenere alquanto degli Egiziani dei Babilonesi, de' primitivi abitatori d'Italia, in ispezialità fra le montanine della Barbagia, e dell'Oleastra. E ciò che più stupirete fia l'assomigliarsi d'alcune fogge Sarde con quelle che poi ci recarono allo scadimento dell'imperio romano i Vandali, gli Alani, i Goti, i Franchi, e i Longobardi; il perché assai scrittori le reputarono fogge del medio evo; laddove per converso io le ravviso per antichissime al ragguaglio de' monumenti...”.
“... Le dame di Cagliari, e di Sassari vestirono alla spagnola, sinché Aragona e poi Castiglia signoreggiaron l'Isola: e passata indi la Sardegna sotto l'augusta Casa di Savoia, che sì felicemente la regna, lasciate le cappe, le grandiglie, e i mantiglioni spagnuoli si recarono al vestire italiano, ed ora all'auniversale d'Europa, che muta foggia ad ogni scemare e crescer di luna. Per contrario le donne Sarde de' villaggi, tenacissime osservatrici di loro usanze, non si condussero sì agevolmente a dismettere, o scambiar la fortuna naturale di loro vesti, e di loro contigie se non forse in alcuni leggeri accidenti di fibbie, di drappi, di nastri, che devono usare come li dà il tempo, e gli artieri li modellano, e li recano d'oltre mare i mercatanti...”.


Caratteristiche generali del costume maschile:

Il Costume maschile (e ci riferiamo principalmente a quello del secolo scorso) presenta caratteri di uniformità in tutta l'isola, tanto che è possibile elencare brevemente i principali capi di vestiario tradizionale.
Anteriormente al 1850 l'abito era essenzialmente costituito dal collettu (a volerlo paragonare con un capo di vestiario moderno, vengono subito in mente certi copriabiti di cuoio in uso presso i mattatoi); le descrizioni del collettu sono un po' in tutti i testi precedentemente citati: ricordiamo in particolar modo la descrizione data dal Della Marmora nel cap. IV del “Voyage en Sardaigne”, dedicato all'abbigliamento.
Sotto su collettu era una camicia simile a quelle giunte fino a noi (le stampe testimoniano però, quasi dappertutto nell'isola, l'uso di quattro bottoni per chiudere il collo); sopra la camicia, un corittu. Inferiormente ragas di orbace, parzialmente coperte dalle falde del collettu, poi bragas di cotone o lino, ed infine crazzas di orbace o cuoio.
Come copricapo, sempre anteriormente al 1850, si notano delle differenze a seconda delle zone. Nel Sassarese, ove erano usati vari tipi di copricapo, singolare era il modo di portare la berritta (vedi tavola intitolata “Fisionomie Sassaresi”, della Raccolta Cominotti); nel Campidano è documentato l'uso di berritte (portate in svariati modi: raccolte a cecciu, irrigidite con la pece, impixadas, o distese), cappelli a larga tesa con sotto delle reticelle alla catalana ed anche fazzoletti sul tipo di quelli femminili (i contadini).
Sopra questi abiti spesso veniva posta, da pastori e contadini, l'antichissima beste 'e peddi (la mastruca di cui parla Cicerone - “Pro Sauro 45”) assieme a su saccu, due pezzi di orbace rettangolari, cuciti secondo due lati consecutivi. Copriabiti più eleganti erano su gabbanu (cappotto di orbace lungo fin sotto il ginocchio) e sa gabbanella (simile al precedente, ma più corta), entrambi con o senza capuccio. Fra i copriabiti compare poi su sereniccu: su questo sereniccu si è tanto disputato e non ci si è messi d'accordo sull'etimologia, né sulla sua provenienza. Per ciò che riguarda l'etimologia, secondo alcuni (anche il Della Marmora ne era pienamente convinto, e anzi diceva di avere appreso la notizia da fonte sicura) tale nome deriverebbe da Salonicco (città dalla quale i cappotti sarebbero stati importati); secondo altri deriverebbero da su sereno (perché si indossa a su sereno, cioè alla sera quando rinfresca). Su sereniccu comunque non era di orbace (quello originale), ma di un tessuto di lana morbido importato da Napoli, sempre dotato di un lungo cappuccio terminante con una nappina. Spesso veniva indossato a mo’ di mantello: tale uso ha fatto si che in epoche più recenti siano stati confezionati dei sereniccos con le spalle tanto strette da non poter infilare le maniche.
Il sereniccu, assieme al collettu, ai cappelli a larghe tese, ai fazzoletti e alle reticelle, è stato completamente abbandonato nella seconda metà dell'Ottocento. Molto di più hanno resistito l'arcaica pedde o mastruca (ancora indossata dai pastori del Supramonte); il sacco, di cui si trovano tuttora esemplari in molti paesi (purtroppo però vengono disfatti per recuperare l'orbace e confezionare con questo ragas e crazzas nuove) e i vari gabbani e gabbanelle, che spesso fanno la stessa fine de su saccu.
Dalla seconda metà del 1800 in poi, i costumi (per la maggior parte dei casi) sono quelli che conosciamo.